A 10 anni dal paradigma che ha rivoluzionato il modo di vedere le tecnologie digitali

Era il 2011 quando, durante l’Hannover Messe, si parlò per la prima di Industria 4.0. Qualche mese più tardi venne presentato al governo tedesco il programma Industrie 4.0, il primo vero e proprio piano di implementazione con l’intento di promuovere le politiche per la digitalizzazione del manifatturiero. Il focus era principalmente rivolto al processo manifatturiero e quindi alla produzione.

Oltreoceano invece, l’attenzione era focalizzata sullo sviluppo del prodotto, che doveva essere intelligente e in grado di innescare le relative logiche di servitizzazione.

Il programma tedesco, insieme all’iniziativa americana Smart Manufacturing, hanno quindi contribuito alla diffusione di un unico paradigma di Industria 4.0.

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Cosa succede in Italia?

In Italia, in quegli anni, i concetti di innovazione, digitalizzazione e automazione che caratterizzavano la nuova rivoluzione industriale erano ancora per la maggior parte sconosciuti alle imprese.

Anche la dotazione tecnologica presente nelle aziende e la relativa acquisizione di nuove tecnologie segnalavano un trend negativo: erano desuete rispetto alla media europea.

Come dimostrava uno studio Ucimu (Associazione dei costruttori italiani di macchine utensili, robot, automazione e di prodotti a questi ausiliari), secondo cui l’età media della macchine utensili era di circa 13 anni, notevolmente superiore rispetto a quanto registrato nello studio precedente (circa 10 anni prima), che aveva riscontrato un’età media delle macchine di 9-10 anni.

Era quindi necessaria una rivoluzione dal punto di vista tecnologico, ma non solo, la tematica era molto più vasta e richiedeva una riorganizzazione vera e propria delle aziende.

Il primo passo per il cambiamento italiano

Il 21 settembre 2016, dall’allora Ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, venne presentato al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano, il Piano Nazionale Industria 4.0, con lo scopo di incentivare lo sviluppo dell’Industria 4.0 nel nostro Paese, sia tramite agevolazioni fiscali ma soprattutto attraverso la promozione di un cambiamento culturale all’interno del sistema manifatturiero italiano.

Quali i risultati?

I risultati però non furono quello sperati, tanto da portare ad una revisione del Piano, che nel 2017, divenne Piano Nazionale Impresa 4.0 con modifiche importanti sia per l’inclusione nelle aree di intervento di altri settori dell’economia sia in termini di capitale umano, per la spinta all’avvio del trasferimento di know how tecnologico e competenze.

Arriviamo ai giorni nostri

Arriviamo ai giorni nostri, con il Piano di Transizione 4.0 che mira a contribuire alla trasformazione digitale delle imprese italiane attraverso un pacchetto di incentivi che rinnova le precedenti agevolazioni a sostegno degli investimenti innovativi, in particolare l’iper e il super ammortamento e il credito d’imposta per attività di ricerca e sviluppo.

Anche in questo caso è necessario un provvedimento di chiarimento per risolvere alcune incongruenze presenti nel testo di legge.

Non sono pochi i dubbi da sciogliere, tra cui:

  • il nodo delle coperture finanziarie;
  • gli errori presenti nel testo: come l’assenza di una data dalla quale applicare le nuove norme, le maggiori aliquote del credito d’imposta su ricerca, sviluppo, innovazione e design, l’incongruenza tra il periodo di finanziamento del credito d’imposta per la formazione 4.0 e i periodi di imposta a cui fa riferimento il testo. A questi, si deve aggiungere il limite massimo degli investimenti ammessi all’incentivo per l’acquisto di software 4.0, che il legislatore voleva portare da 700 mila euro a 1 milione, ma che la legge ha abbassato, prevedendo 1 milione totale per il biennio, e la precisione necessaria per definire gli “strumenti e dispositivi tecnologici” di cui si fa riferimento nel comma relativo ai “beni strumentali materiali aventi a oggetto beni diversi da quelli indicati nell’allegato A”, quindi non 4.0.

Dieci anni ricchi di sfide, ma cosa ci riserverà il futuro?

Due sono le tematiche sulle quali è puntata l’attenzione: da una parte la necessaria collaborazione uomo-macchina e dall’altra l’attenzione alla sostenibilità, sotto tutti i punti di vista: economica, sociale e ambientale.

In questo ecosistema in continuo cambiamento, qual è il ruolo dei partner tecnologici?

Quando si parla di Industria 4.0, è necessario tener presente che i clienti non si aspettano soluzioni tecnologiche, ma risultati di business.
Questo porta ad una ridefinizione da parte delle aziende della loro offerta, per mantenere la competitività, accelerare e abilitare l’innovazione e fornire soluzioni orientate ai risultati, in collaborazione con i partner di ecosistema.

Affidarsi a veri e propri partner tecnologici e non solo a meri fornitori di soluzioni tecnologiche, consente alle aziende di sviluppare nuove offerte grazie all’integrazione di tecnologie complementari avanzate come la gestione e l’analisi dei dati, le piattaforme cloud o le soluzioni IoT.

Il contributo che i partner sono in grado di portare lungo l’intera value chain, parte dall’idea, passa dall’identificazione delle opportunità, dalla definizione del valore economico e arriva all’implementazione di piattaforme di monitoraggio e controllo, fino ad includere il post vendita.